Il terremoto è qualcosa che non conosco e che non ho mai vissuto personalmente. Ho pochissime esperienze e solo marginali. Frammenti di scuola che parlano di disastri. Salvatore Quasimodo e un lampione fuori dalla finestra che ondeggiava durante un lezione di inglese nel 1997. La professoressa californiana che iniziò la sua tiritera su come la sua giovinezza fosse stata influenzata dalla faglia di Sant’Andrea e che noi scolari italiani non avevamo neanche idea di cosa fosse un terremoto vero.

Nessuno di noi allora, durante quel pippone in inglese, si rendeva conto di quello che stava succedendo in Umbria. Ricordo che la sensazione era quella di un giramento di testa. Strano davvero e poi tutti che si guardavano straniti perchè ci si accorge che non è una sensazione personale ma collettiva. Allora un scossa leggera, a 17 anni, diventa un motivo per ridere e guardare i lampioni che ondeggiano.

Solo dopo arrivano le immagini, quando rientri a casa e il telegiornale te le mostra. E quel video, dopo pochi giorni, della chiesa che crolla in diretta su quattro frati ad Assisi. La nonna che ricorda l’Irpinia e che da decenni c’è gente nelle baracche. Poi gli esperti che ci ricordano che l’Italia è zona sismica e bla bla bla…

Poco tempo e tutto torna come prima, la vita continua, perchè quella non si può fermare. Se non hai amici coinvolti, chettenefrega. Se non hai la casa dove il terremoto ha deciso di far paura, chissene.

L’altra notte stavo ballando e bevendo a Perugia, quando Alessio mi ha chiamato per dirmi che c’era stato un terremoto in Romagna. Non è facile da credere. Pensi ad uno scherzo. Poi richiami alla memoria la filastrocca infinita sentita in ogni bar nel quale sei entrato nella tua città sin dalla tua nascita. Ravenna è costruita sulla sabbia che a sua volta sta sull’argilla. Le probabilità di un sisma catastrofico sono pressochè nulle. Piuttosto la subsidenza, quello si che è un problema serio…

Chiami a casa e infatti è stata un altra piccola ballata di lampioni che non ha portato neanche la gente in strada. Tutto a posto, ciao mamma, ciao papà.

Finita la festa era in camera d’albergo e Guido se la stava dormendo alla grande. La mia testa era altrove. Non nello spazio, ma nel tempo. Avrei voluto riavvolgere il nastro di un paio di giorni e riviverli tutti: #intjfes, #cf09, #mediacampperugia, #50p1q, ecc.

Stavo metabolizando questi ricordi e ne parlavo con amici su skype. Tardi tardissimo, ora di dormire, al punto che alcuni si stavano addormentando e non rispondevano più alla chat. Tempo di dormire. E ho cercato di farlo.

Poche ore dopo Guido è ripartito per Genova e sono stato svegliato da una chiamata sul telefono alla quale non ho fatto in tempo a rispondere. Era Alessio nuovamente. Ma che vuoi Alessio alle 9 di mattina di domenica? Voleva sapere se era tutto a posto. Quello che era successo lo sapete perfettamente.

FriendFeed, Twitter, siti di informazione. Tutto in un colpo, alle nove di mattina. E io dormivo. Fottutamente dormivo. Chi era sveglio si ricorda i lampioni che ondeggiavano e io dormivo. Come tanti altri immagino.

Ho passato 20 minuti in auto, a decidere se andare a nord e tornare a casa o a sud e andare non so dove e non so come. Poi la radio mi ha avvertito di non intasare le strade e non mettermi in mezzo. Uno sfigato non addestrato al disastro non serve a niente, vattene a casa. E così ho fatto.

Stavolta è diverso, non ho la casa per le vacanze ma conosco tanta di quella gente che la testa scoppia. Ho passato l’intero viaggio al telefono, chiamare questo, chiamare quello. E alcuni non rispondevano. E così ho scoperto che neanche dormivo, semplicemente non l’ho neanche sentito, perchè alle 3.32 chi non rispondeva in chat era in strada, terrorizzato. Mi sarei voluto fermare a vomitare ma non sono riuscito a fare neanche quello. Ho guidato dritto a casa, telefonando a chi potevo.

Poi twitter, friendfeed, facebook. Mille mila informazioni, foto, racconti. Ho spento tutto. Non ha alcun senso. Troppi appelli, troppe richieste. Non ho mai creduto nella macchina della solidarietà organizzata. Figuriamoci in quella fai da te. I morti sono sotto i 500, non abbiamo allarmi sanitari rilevanti. Ovviamente mille intoppi e tanti disastri. Ma non andrò a donare il sangue per dire di averlo fatto e non andrò a montare tende per sentirmi meglio.

Riprenderò a donare il sangue regolarmente, a comportarmi meglio che posso nella vita quotidiana e a fare quello che riesco nella mia dimensione. Cerco di votare meglio che posso, pagare le tasse, rispettare il prossimo e anche quello che viene dopo.

So che Matteo ha organizzato e segue questo wiki. Spero che serva a qualcosa.

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6 Responses to Tremare più della terra

  1. Gaetano says:

    Senza parole. Estremamente toccante.

  2. Bel post.
    Cmq, ad Assisi erano due frati, e due civili. Uno era padre di due bambini.

  3. Guido Arata says:

    Hai reso perfettamente quella sensazione che ancora adesso provo, quella di essersi svegliati senza sospettare di nulla, di aver preso il taxi e di essere arrivati sul treno. Fino alla chiamata alle 8 della nonna ed alle 9 inoltrate di Alessio, quando ti accorgi che allora lì, a pochi kilometri di distanza, è successo qualcosa di brutto.

    Il resto lo ha detto la tv, i giornali e tu

    G.

  4. VitoCola says:

    Un bel racconto. Di scosse ne h0 sentite anche in buon numero e dal 1980 a oggi di commenti toccanti e di retoriche spicciole puoi immaginare quante ne ho dovute sopportare.
    Questo racconto di esperienza mi è piaciuto: è semplice, è immediato, è istitntivo non usa la retorica e rifugge dal sentimento compassionevole.
    E’ un bel racconto dal di dentro e non solo della rete. :)

  5. Tambu says:

    sono completamente d’accordo. I miei tre mesi di pausa tra ogni donazione scadono oggi, quindi domani andrò, a costo di fare un po’ la fila perché ci sono quelli dell’appello. tutto sommato, meglio abbondare…

  6. [...] sezione a parte la dedico a quelle che potremmo considerare le sensazioni personali Luca Sartoni [...]

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