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	<title>Commenti a: [Meeting Perens] Third live post</title>
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	<description>follow the computer credo</description>
	<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 23:12:54 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Catching up on PassPack News &#171; PassPack - The Blog</title>
		<link>http://www.lucasartoni.com/channel/flash/meeting-perens-third-live-post/comment-page-1/#comment-3594</link>
		<dc:creator>Catching up on PassPack News &#171; PassPack - The Blog</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2007 14:17:34 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Particpants included Roberto Galoppini (organizer), Nicola Mattina, Fabio Masetti, Alessio Jacona, Luca Sartoni, Roldano De Persio, Leo Sorge, Francesco Romeo, Andrea Martines and Massimiliano. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Particpants included Roberto Galoppini (organizer), Nicola Mattina, Fabio Masetti, Alessio Jacona, Luca Sartoni, Roldano De Persio, Leo Sorge, Francesco Romeo, Andrea Martines and Massimiliano. [...]</p>
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		<title>Di: Nicola Mattina Blog &#187; Blog Archive &#187; Bruce Perens: considerazioni sull’incontro con i blogger</title>
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		<dc:creator>Nicola Mattina Blog &#187; Blog Archive &#187; Bruce Perens: considerazioni sull’incontro con i blogger</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2007 17:23:19 +0000</pubDate>
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		<description>[...] L&#8217;incontro organizzato da Roberto Galoppini &#232; venuto decisamente bene ed &#232; stato molto interessante: bella la sede di Ernst &#38; Young con un enorme tavolo da riunioni e vivaci i partecipanti. Oltre a me e Roberto, c&#8217;erano: Fabio Masetti, Alessio Jacona, Luca Sartoni, Tara Kelly, Roldano De Persio, Leo Sorge, Francesco Romeo, Andrea Martines e un altro blogger di cui non ricordo il nome (ma appena recupero la lista dei partecipanti, lo inserisco). Inutile dire che avevo la telecamera e che ho ripreso quasi tutto; Roldano, invece, ha sicuramente riempito la memory card della sua macchina fotografica. Bruce Perens &#232; una persona molto cordiale e interessante da ascoltare: aiuta molto il fatto che parla lentamente e quindi non affatica troppo chi lo ascolta anche se non &#232; madre lingua inglese. Tra le cose che ha detto, me ne sono rimaste impresse essenzialmente due: la prima riguarda le esperienze di adozione di applicazioni open source da parte di alcuni grandi banche americane come la Merril Lynch. Confesso che sono rimasto sorpreso, perch&#233; non mi aspettavo che un settore cos&#236; conservatore si muovesse in questa direzione. La seconda cosa che mi &#232; rimasta impressa &#232; stata la distinzione tra software differenziante e non differenziante. Il primo &#232; quello che rende un&#8217;azienda unica rispetto ai suoi concorrenti: il sistema di raccomandazione di Amazon o il pagerank di Google. Questo software &#8211; dice Perens &#8211; deve essere proprietario, perch&#233; rappresenta un vantaggio e fa la differenza con i concorrenti. Tutto il resto, invece, dovrebbe essere condiviso e fatto circolare, per promuovere il suo miglioramento e ripartire l&#8217;investimento tra tutti coloro che lo usano. Questo software, infatti, &#232; esclusivamente un costo, non &#232; un investimento che produce un ritorno. Di questa seconda categoria fanno parte web server, database, sistemi di posta elettronica, programmi di video scrittura o fogli di calcolo, ma anche tutti quelli applicativi che devono essere fortemente personalizzati e verticalizzati per essere usati dall&#8217;azienda. Penso, per esempio, ai mostri a tre teste come Sap, Siebel o Documentum, che &#8211; oltre ad avere degli esorbitanti costi di licenza &#8211; richiedono un numero impressionante di ore di sviluppo per produrre anche la pi&#249; semplice applicazione. Quello di Perens mi sembra un punto di vista assai condivisibile, anche se &#8211; perlomeno per quanto riguarda la mia modesta esperienza nel settore &#8211; vedo almeno problemi. Il primo consiste nel fatto che eliminare i costi di licenza significa abbattere i budget e quindi diminuire la quantit&#224; di denaro oggetto di controllo e di contrattazione con i fornitori da parte dei dirigenti dell&#8217;It (e si sa che l&#8217;importanza di un manager &#232; anche proporzionale al suo budget). Il secondo riguarda il fatto che adottare delle tecnologie libere od open source di fatto sposta parte della responsabilit&#224; sui malfunzionamenti del prodotto. Se compro un software che non funziona, infatti, posso sempre aprire un ticket con il fornitore e aspettare che venga risolto perch&#233; ho pagato una licenza. Non ho bisogno di farmi parte diligente del processo, cercare di risolvere il problema e magari condividere quello che ho imparato: devo solo alzare una bandierina e dire che non posso fare una cosa perch&#233; il software non funziona. Questo, almeno in teoria, non pu&#242; accadere se uso delle applicazioni che, per loro natura, evolvono grazie al contributo di chi le usa. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] L&#8217;incontro organizzato da Roberto Galoppini &#232; venuto decisamente bene ed &#232; stato molto interessante: bella la sede di Ernst &#38; Young con un enorme tavolo da riunioni e vivaci i partecipanti. Oltre a me e Roberto, c&#8217;erano: Fabio Masetti, Alessio Jacona, Luca Sartoni, Tara Kelly, Roldano De Persio, Leo Sorge, Francesco Romeo, Andrea Martines e un altro blogger di cui non ricordo il nome (ma appena recupero la lista dei partecipanti, lo inserisco). Inutile dire che avevo la telecamera e che ho ripreso quasi tutto; Roldano, invece, ha sicuramente riempito la memory card della sua macchina fotografica. Bruce Perens &#232; una persona molto cordiale e interessante da ascoltare: aiuta molto il fatto che parla lentamente e quindi non affatica troppo chi lo ascolta anche se non &#232; madre lingua inglese. Tra le cose che ha detto, me ne sono rimaste impresse essenzialmente due: la prima riguarda le esperienze di adozione di applicazioni open source da parte di alcuni grandi banche americane come la Merril Lynch. Confesso che sono rimasto sorpreso, perch&#233; non mi aspettavo che un settore cos&#236; conservatore si muovesse in questa direzione. La seconda cosa che mi &#232; rimasta impressa &#232; stata la distinzione tra software differenziante e non differenziante. Il primo &#232; quello che rende un&#8217;azienda unica rispetto ai suoi concorrenti: il sistema di raccomandazione di Amazon o il pagerank di Google. Questo software &#8211; dice Perens &#8211; deve essere proprietario, perch&#233; rappresenta un vantaggio e fa la differenza con i concorrenti. Tutto il resto, invece, dovrebbe essere condiviso e fatto circolare, per promuovere il suo miglioramento e ripartire l&#8217;investimento tra tutti coloro che lo usano. Questo software, infatti, &#232; esclusivamente un costo, non &#232; un investimento che produce un ritorno. Di questa seconda categoria fanno parte web server, database, sistemi di posta elettronica, programmi di video scrittura o fogli di calcolo, ma anche tutti quelli applicativi che devono essere fortemente personalizzati e verticalizzati per essere usati dall&#8217;azienda. Penso, per esempio, ai mostri a tre teste come Sap, Siebel o Documentum, che &#8211; oltre ad avere degli esorbitanti costi di licenza &#8211; richiedono un numero impressionante di ore di sviluppo per produrre anche la pi&#249; semplice applicazione. Quello di Perens mi sembra un punto di vista assai condivisibile, anche se &#8211; perlomeno per quanto riguarda la mia modesta esperienza nel settore &#8211; vedo almeno problemi. Il primo consiste nel fatto che eliminare i costi di licenza significa abbattere i budget e quindi diminuire la quantit&#224; di denaro oggetto di controllo e di contrattazione con i fornitori da parte dei dirigenti dell&#8217;It (e si sa che l&#8217;importanza di un manager &#232; anche proporzionale al suo budget). Il secondo riguarda il fatto che adottare delle tecnologie libere od open source di fatto sposta parte della responsabilit&#224; sui malfunzionamenti del prodotto. Se compro un software che non funziona, infatti, posso sempre aprire un ticket con il fornitore e aspettare che venga risolto perch&#233; ho pagato una licenza. Non ho bisogno di farmi parte diligente del processo, cercare di risolvere il problema e magari condividere quello che ho imparato: devo solo alzare una bandierina e dire che non posso fare una cosa perch&#233; il software non funziona. Questo, almeno in teoria, non pu&#242; accadere se uso delle applicazioni che, per loro natura, evolvono grazie al contributo di chi le usa. [...]</p>
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